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Il 25 aprile 1945 è il giorno convenzionale nel quale l’Italia celebra la liberazione dal nazifascismo e la ritrovata libertà.
Il 2 giugno 1946 si tenne il referendum istituzionale che indicò la forma repubblicana e si elesse l’Assemblea Costituente, che a sua volta varò la nostra Costituzione democratica. Questi fondamentali avvenimenti del 2 giugno furono possibili perché, un anno prima, il 25 aprile, l’Italia aveva riconquistato la libertà.
È quindi evidente come il 25 aprile rappresenti un momento costituente e solenne, che dovrebbe appartenere alla memoria collettiva di tutto il nostro Paese.
Dal 1949, una legge della Repubblica riconobbe il 25 aprile come festa nazionale, anche se era già, di fatto, osservata dal 1945.
La festa della liberazione dal nazifascismo è comune a molti paesi europei, infatti essa è celebrata l’8 maggio in Francia come il giorno della vittoria e della fine della guerra in Europa, in Russia il 9 maggio come il giorno della vittoria, in Polonia l’8 maggio come la festa della vittoria e così via in molti altri paesi europei.
In nessuno di questi paesi questa ricorrenza è motivo di tensione politica come lo è in Italia.
Sono consapevole che quelle nazioni uscirono vittoriose dalla seconda guerra mondiale, tuttavia occorre riflettere sul fatto che anche in Germania, l’8 maggio è apertamente definito come il giorno della liberazione.
Si dirà, ci mancherebbe altro, la Germania è una nazione democratica.
Giusto.
Ciononostante, se la Germania del dopo “Norimberga” ha potuto fare i conti seriamente con la sua storia, non si capisce perché alcuni italiani (spero pochi) si ostinino a non farlo anche da noi.
Noi italiani, che abbiamo avuto un movimento di resistenza antifascista capace di liberare autonomamente città come Milano, Torino, Genova, Bologna, Reggio Emilia, Parma, Modena, Piacenza e molte altre località del Nord prima dell’arrivo degli “Alleati”, dovremmo trovare proprio nella Resistenza le ragioni per festeggiare la nostra liberazione perché in qualche modo, proprio attraverso il sacrificio dei partigiani, ci siamo riscattati dall’ideologia fascista.
Purtroppo, una parte della destra italiana, più o meno consciamente, sembra considerare il 25 aprile la festa degli avversari politici, ritenendola divisiva. Alcuni di loro tendono a rappresentare la Resistenza non come un movimento di liberazione, bensì come l’esercito di uno dei due fronti di una guerra civile tra partigiani e repubblichini.
Naturalmente, parlo di una parte della destra, non di tutta, infatti negli ultimi 20-30 anni, numerosi esponenti di quell’area hanno assunto posizioni autenticamente rispettose dei valori costituzionali.
È assai apprezzabile l’odierna dichiarazione della Meloni che dice di “onorare quei valori democratici che il fascismo aveva negato”.
Tuttavia nell’attuale maggioranza parlamentare, non mancano figure che coltivano, anche pubblicamente, ambiguità sul tema; per questo motivo, suona stonato che il Governo, nei giorni scorsi, prendendo spunto dai giorni di lutto per la scomparsa del Pontefice romano, abbia invitato alla sobrietà nei festeggiamenti del 25 aprile.
Stona perché, stante le ambiguità che permangono, quel richiamo può apparire come un tentativo di silenziare una celebrazione fondativa della nostra Repubblica, la quale è pur sempre una Repubblica laica.
In realtà, il 25 aprile, per sua natura, è già ispirato alla sobrietà poiché celebra fatti drammatici, come il sacrificio della vita di molti, e fatti notevoli, come la riconquista della libertà; dunque non può ammettere eccessi, contenere il superfluo e strumentalizzazioni rispetto ad una verità storica, che ormai dovrebbe essere consolidata.
Per tutte queste ragioni, pur in presenza di un lutto sentito dagli italiani, come la scomparsa di un pontefice amato come Papa Francesco, il richiamo del Governo alla sobrietà appare quantomeno ultroneo.
Chiarito il mio punto di vista su questo aspetto, sento anche il bisogno di criticare un’abitudine che si è diffusa negli ultimi anni e che giudico un errore, cioè il tentativo di piccoli gruppi di trasformare la ricorrenza del 25 aprile in palcoscenico per altre cause, come la questione palestinese.
La causa palestinese è certamente importante, Netanyahu sta certamente esagerando – per usare un eufemismo – nella sua azione militare, la pace a Gaza è un obiettivo decisivo, Hamas è un’organizzazione terroristica riconosciuta come tale dalla nostra Unione europea, la prospettiva di due popoli e due stati tra palestinesi e israeliani è fondamentale, tuttavia il 25 aprile è la festa della liberazione italiana dal nazifascismo, come per le rispettive nazioni lo è il 5 maggio per i Paesi Bassi, l’8 maggio per la Francia, la Repubblica Ceca e la Polonia e il 9 maggio per Russia.
Il 25 aprile è e deve restare la festa della liberazione dell’Italia dal nazifascismo e non può divenire il luogo in cui si riversano tutte le tensioni del mondo.
Diversamente si dovrebbe dare spazio ai resistenti che lottano per la libertà in Myanmar, in Sudan e anche a quelli che cercano autodeterminazione in Kosovo, nei Paesi Baschi, in Catalogna e anche ai dissidenti in Russia, in Cina e Turchia.
È evidente che, per questa via, il “nostro” 25 aprile diverrebbe un’informe manifestazione globale piena zeppa di contraddizioni.
Dunque, appare inaccettabile assistere silenti, nella piazze del 25 aprile, a contestazioni organizzate nei confronti della Brigata Ebraica, cioè contro coloro che combatterono davvero per liberare l’Italia, dopo essere sopravvissuti ai lager nazisti.
La Brigata Ebraica (Jewish Infantry Brigade Group), composta da circa 5.000 uomini, combatté realmente accanto ai partigiani nel Nord Italia, in particolare in Romagna, Veneto e Friuli, tra la fine del 1944 e il 1945 e merita il pieno riconoscimento storico nella memoria della Resistenza.
Al contrario, il Gran Mufti di Gerusalemme dell’epoca, autorità morale e religiosa dei sunniti palestinesi, non solo cercò alleanze con il fascismo, ma si schierò apertamente con Hitler, sostenendo la persecuzione degli ebrei. Prova di quest’ultima affermazione si trova nel resoconto dell’incontro tra il Gran Mufti di Gerusalemme del tempo, al-Husseini, e Hitler a Berlino il 28 novembre 1941.
In un’epoca in cui l’antisemitismo rialza purtroppo la testa anche in Europa, serve ancora più consapevolezza e rispetto, affinché la memoria non venga piegata al servizio di altre parti politiche.
Per evitare che il 25 aprile venga snaturato, ritengo fondamentale continuare ad attenersi al suo significato storico e politico originario.
La nostra Repubblica democratica ha bisogno che tutti gli italiani riconoscano il 25 aprile come una festa fondativa e unitaria: ne va del nostro futuro, ne va della nostra democrazia.
