LE ISTITUZIONI E LA SOCIETÀ

da Alfredo
Quelli appena trascorsi sono stati i giorni del Conclave.
Tutto il mondo è rimasto affascinato da riti e liturgie vecchie di secoli, quasi immutabili.
I cardinali elettori sono stati letteralmente isolati, fisicamente e tecnologicamente, nella Cappella Sistina.
Proprio quell’immutabilità, il legame con il trascendente per chi crede, quei paramenti solenni, quei palazzi rivestiti di pregiati marmi, quei soffitti affrescati dai più grandi pittori rinascimentali hanno incantato il mondo intero.
Le religioni – almeno quelle monoteiste – sono rivelazione;
la rivelazione si consolida nella tradizione;
la tradizione deve necessariamente procedere lentamente, pena il rischio di contraddire la rivelazione stessa e soccombere alla secolarizzazione.
D’altra parte, il Concilio Vaticano II risale agli anni ’60 del secolo scorso, il Concilio Vaticano I risale addirittura al 1870 e per incontrare un altro concilio ecumenico dobbiamo tornare indietro fino a quello di Trento, a metà del XVI secolo.
La religione e le sue Istituzioni richiedono tempi lunghi e lenti.
Ma noi, uomini e donne del nostro tempo, possiamo davvero prendere spunto da questi ritmi che tanto ci affascinano per organizzare le nostre Istituzioni politiche?
Io credo di no.
Quando studiavo storia economica, rimasi colpito nel leggere un concetto espresso dal celebre storico Marc Bloch, a proposito delle Istituzioni, tanto che ancora oggi lo conservo ben chiaro nella mia mente.
Le Istituzioni politiche non sono mai immutabili o perlomeno non dovrebbero esserlo.
Esse si fondano sui rapporti di forza di coloro che controllano i fattori produttivi dominanti in un determinato periodo storico.
Ogni volta che si verificano trasformazioni tecnologiche e produttive questo equilibrio entra inevitabilmente in crisi.
Se le Istituzioni resistono ostinatamente al cambiamento, la pressione sociale aumenta progressivamente, fino al punto, nei casi più estremi, di travolgerle.
Oggi percepiamo chiaramente come i cicli economici siano sempre più brevi e come l’innovazione tecnologica proceda a ritmi mai visti prima.
Per secoli il ritmo della vita è rimasto pressoché invariato, tant’è che Giulio Cesare e Napoleone impiegavano tempi quasi identici per andare da Roma a Parigi.
Negli ultimi decenni, invece, tutto si evolve con una rapidità esponenziale, al punto che oggi siamo già entrati nell’era dell’intelligenza artificiale.
Se con la prima rivoluzione industriale abbiamo sostituito il cavallo nei processi produttivi, oggi si prospetta un mondo in cui addirittura l’homo faber potrebbe essere sostituito.
Le “lights-out factories”, le fabbriche automatizzate che non richiedono alcuna presenza di operai e dunque di illuminazione, esistono già.
La questione dell’adeguatezza ai tempi delle nostre Istituzioni nazionali e sovranazionali meriterebbe una riflessione approfondita, ma vorrei qui concentrarmi almeno su un aspetto immediato e concreto, vale a dire sulla durata dei mandati politico-elettorali.
Nel nostro Paese – e non solo – i mandati elettorali durano generalmente cinque anni.
Il nostro Presidente della Repubblica resta in carica per sette anni, con la possibilità di rinnovo.
Secondo la legge empirica di Moore, ogni 18 mesi la capacità di calcolo dei computer raddoppia.
Il nostro attuale Presidente Mattarella è entrato in carica quando applicazioni come ChatGPT o DeepSeek non esistevano ancora e terminerà il suo mandato quando queste tecnologie avranno raggiunto una potenza computazionale 640 volte superiore.
Siamo davvero certi che le durate dei mandati istituzionali così lunghe siano compatibili con la democrazia contemporanea?
In un’epoca segnata da un’innovazione tecnologica e produttiva sempre più frenetica e da profondi cambiamenti sociali, non corriamo il rischio che mandati istituzionali così lunghi implichino l’accumularsi di un’energia sociale latente tale, da generare scosse “telluriche” sempre più violente, potenzialmente devastanti per le nostre Istituzioni?

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