PERCHÉ TRUMP SBAGLIA QUANDO INCOLPA L’EUROPA E LE ALTRE NAZIONI DEL DEFICIT COMMERCIALE USA

da Alfredo
Il presidente statunitense 𝗗𝗼𝗻𝗮𝗹𝗱 𝗝. 𝗧𝗿𝘂𝗺𝗽 si lamenta da tempo del deficit della bilancia commerciale del suo paese, considerandolo la prova più evidente dell’inconsistenza dei suoi predecessori, i quali – a suo dire – avrebbero permesso che gli Stati Uniti fossero derubati dalle altre nazioni del mondo.
“𝗜𝗹 𝗤𝘂𝗮𝗿𝗮𝗻𝘁𝗮𝘀𝗲𝘁𝘁𝗲𝘀𝗶𝗺𝗼” vuole dunque ridurre questo disavanzo imponendo dazi a tutte le nazioni che, secondo lui, si approfitterebbero degli Stati Uniti vendendo loro beni prodotti all’estero.
L’ultimo anno in cui la bilancia commerciale statunitense è stata in attivo correva il 1975.
Dal 1976 fino a oggi, essa è rimasta costantemente in deficit.
Nel 1976 l’euro non esisteva, la Germania era divisa dal “𝙢𝙪𝙧𝙤”, la Cina era in mano alla “𝘽𝙖𝙣𝙙𝙖 𝙙𝙚𝙞 𝙌𝙪𝙖𝙩𝙩𝙧𝙤”, isolata, rurale e non integrata nell’economia mondiale ed esisteva ancora l’URSS, guidata dal settantenne conservatore Leonid Brežnev, il quale proprio in quell’anno aggiunse alla carica di Segretario generale del PCUS anche quella di Presidente del Presidium del Soviet Supremo, diventando il primo leader sovietico dai tempi di Stalin a detenere simultaneamente il potere del Partito e dello Stato.
Sia in Cina, sia in URSS, sia in mezza Europa il libero mercato era pressoché sconosciuto.
Io, nel mio piccolo, a settembre di quell’anno iniziavo la prima elementare a Beroide di Spoleto, imparavo a scrivere e non avrei più smesso.😁
Questo 𝙚𝙭𝙘𝙪𝙧𝙨𝙪𝙨 serve a ricordare quanto fosse diverso il mondo allora; eppure, quel disavanzo commerciale apparso nel 1976 ha accompagnato ininterrottamente gli Stati Uniti per i successivi cinquant’anni.
Data la costanza del deficit della “𝙐.𝙎. 𝙗𝙖𝙡𝙖𝙣𝙘𝙚 𝙩𝙧𝙖𝙙𝙚”, c’è da chiedersi se alla base vi sia qualcosa di strutturale e non un semplice complotto ordito da Europa, Cina o altri, come suggerisce Trump.
La risposta è sì e di seguito cercherò di spiegarne il motivo.
Per tentare questa risposta bisogna tornare indietro nel tempo.
𝟭. 𝗜𝗹 𝗱𝗲𝗻𝗮𝗿𝗼, 𝗹’𝗼𝗿𝗼 𝗲 𝗶𝗹 𝗚𝗼𝗹𝗱 𝗦𝘁𝗮𝗻𝗱𝗮𝗿𝗱
Da sempre il denaro era stato coniato direttamente in metalli preziosi come oro e argento, perché questi avevano un valore intrinseco, erano rari, durevoli, divisibili, difficili da falsificare e universalmente riconosciuti.
La moneta era essa stessa il valore.
Con l’evoluzione del commercio e della banca, si passò a banconote cartacee che rappresentavano una promessa di convertibilità in metallo prezioso custodito nelle casse degli Stati.
Nei primi anni del XIX secolo la potenza globale dominante era il Regno Unito, quindi le spettava il ruolo di grande regolatore.
Durante le guerre napoleoniche, la convertibilità della sterlina in oro fu sospesa.
Nel 1821 la Banca d’Inghilterra riprese la convertibilità della sterlina in oro a un tasso fisso e questo è considerato l’atto che segna la nascita formale del primo vero strutturato sistema globale monetario: il 𝗚𝗼𝗹𝗱 𝗦𝘁𝗮𝗻𝗱𝗮𝗿𝗱.
Naturalmente, esso non nasceva dal nulla perché, in ossequio alla “𝙩𝙚𝙤𝙧𝙞𝙖 𝙙𝙚𝙡 𝙫𝙖𝙡𝙤𝙧𝙚 𝙞𝙣𝙩𝙧𝙞𝙣𝙨𝙚𝙘𝙤” della moneta, da sempre il denaro era stato coniato direttamente in metalli preziosi perché questi avevano valore – appunto – intrinseco.
Il Gold Standard, invece, era un sistema monetario in cui la moneta di uno Stato era sì convertibile in oro, ma solo ad un tasso fisso.
In pratica, ogni banconota rappresentava un certo quantitativo d’oro e lo Stato garantiva di poterla cambiare in oro su richiesta.
La conseguenza diretta del Gold Standard era che uno Stato poteva stampare moneta solo se possedeva oro a copertura; inoltre, quello stesso Stato, doveva mantenere l’equilibrio nella bilancia commerciale, perché eventuali deficit implicavano una potenziale fuoriuscita d’oro dalla nazione con il conseguente indebolimento della possibilità di stampare moneta, fino alle estreme conseguenze di perdere la sovranità monetaria.
𝟮. 𝗕𝗿𝗲𝘁𝘁𝗼𝗻 𝗪𝗼𝗼𝗱𝘀 𝗲 𝗶𝗹 𝗱𝗼𝗺𝗶𝗻𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗱𝗼𝗹𝗹𝗮𝗿𝗼
Ora facciamo un salto lungo l’asse del tempo di 120 anni e posizioniamoci sul finire della seconda guerra mondiale.
Nel 1944 era ormai evidente che gli 𝗔𝗹𝗹𝗲𝗮𝘁𝗶 avrebbero vinto la guerra e che gli Stati Uniti emergevano come potenza globale dominante, sia sul piano militare che su quello economico.
Il loro destino era ormai quello di sostituire il Regno Unito come “𝘪𝘮𝘱𝘦𝘳𝘰 𝘴𝘶𝘭 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘵𝘳𝘢𝘮𝘰𝘯𝘵𝘢 𝘮𝘢𝘪 𝘪𝘭 𝘴𝘰𝘭𝘦”.
Così, nello stesso anno, a 𝗕𝗿𝗲𝘁𝘁𝗼𝗻 𝗪𝗼𝗼𝗱𝘀 — una ridente località del New Hampshire negli Stati Uniti — si tenne una conferenza a cui parteciparono i delegati di 44 Paesi alleati, tra cui anche l’𝙐𝙍𝙎𝙎.
L’obiettivo era definire un nuovo ordine economico mondiale incentrato sugli Stati Uniti d’America.
Da quella conferenza nacquero gli 𝗔𝗰𝗰𝗼𝗿𝗱𝗶 𝗱𝗶 𝗕𝗿𝗲𝘁𝘁𝗼𝗻 𝗪𝗼𝗼𝗱𝘀, che trasformavano il vecchio Gold Standard di invenzione britannica.
Con quegli accordi si stabiliva un sistema di cambi fissi nel quale le principali valute mondiali venivano ancorate stabilmente al 𝗱𝗼𝗹𝗹𝗮𝗿𝗼 𝘀𝘁𝗮𝘁𝘂𝗻𝗶𝘁𝗲𝗻𝘀𝗲, il quale diveniva l’unica valuta convertibile direttamente in oro, al tasso di 35 dollari l’oncia.
A differenza del passato, solo gli Stati – e non anche i privati – potevano convertire dollari in oro.
Con gli Accordi di Bretton Woods, il mondo entrava in una fase relativamente nuova, perché solo la moneta della nazione dominante poteva essere convertita in oro, mentre le altre valute erano convertibili solo e semplicemente in dollari statunitensi.
Per sostenere questo sistema, molti Paesi europei – tra cui Germania, Italia e Francia – trasferirono fisicamente parte delle loro riserve auree negli Stati Uniti, a garanzia della stabilità globale.
Proprio per effetto diretto di quegli accordi nacquero l’attuale 𝗙𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗠𝗼𝗻𝗲𝘁𝗮𝗿𝗶𝗼 𝗜𝗻𝘁𝗲𝗿𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 e l’odierna 𝗕𝗮𝗻𝗰𝗮 𝗠𝗼𝗻𝗱𝗶𝗮𝗹𝗲.
Il dollaro divenne così la valuta di riserva mondiale, l’unica utile e accettata per gli scambi internazionali.
Anche il blocco sovietico, pur non ratificando mai gli Accordi, dovette sottostare all’egemonia del dollaro negli scambi con l’esterno.
𝟯. 𝗟𝗮 𝗳𝗶𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗼𝗿𝗼 𝗲 𝗶𝗹 𝗱𝗼𝗺𝗶𝗻𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗳𝗶𝗱𝘂𝗰𝗶𝗮 𝗻𝗲𝗹 𝗱𝗼𝗹𝗹𝗮𝗿𝗼
Un grande potere deve essere gestito con grande responsabilità, cosa che non fecero gli USA, così, da lì a breve, il privilegio del dollaro “𝙙𝙧𝙤𝙜ò” l’economia statunitense, che cominciò a girare oltre i suoi limiti fisici.
Già negli anni Sessanta, gli Stati Uniti iniziarono a emettere quantità crescenti di dollari per finanziare guerre, welfare e consumi, in misura sempre meno coperta da oro.
Alla fine di quel decennio, alcuni Paesi – tra cui la Francia – chiesero e ottennero la restituzione dell’oro in cambio dei dollari accumulati.
La pressione divenne insostenibile e, nel 𝟭𝟵𝟳𝟭, con il celebre “𝗡𝗶𝘅𝗼𝗻 𝗦𝗵𝗼𝗰𝗸”, il presidente Richard Nixon sospese unilateralmente la convertibilità del dollaro in oro, decretando la fine del sistema di Bretton Woods e inaugurando l’𝗲𝗿𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗺𝗼𝗻𝗲𝘁𝗮 𝗳𝗶𝗱𝘂𝗰𝗶𝗮𝗿𝗶𝗮.
Il mondo entrava in un territorio sconosciuto: per la prima volta nella storia, una valuta non aveva più un sottostante in metallo prezioso, nemmeno per via indiretta tramite il dollaro.
Da quel momento, gli Stati Uniti acquisirono uno strumento di potere senza precedenti, consistente nella capacità di acquistare beni e servizi dal resto del mondo semplicemente emettendo la propria moneta.
Nel 1971, il costo per stampare un dollaro cartaceo era di circa 2 centesimi: un valore di 1 creato a un costo di 0,02.
Il 𝘀𝗶𝗴𝗻𝗼𝗿𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 aveva un rapporto di 2 a 100, una leva di 50 volte.
Il Dipartimento del Tesoro e la Federal Reserve divennero l’equivalente di una miniera d’oro inesauribile: bastava stampare dollari e il mondo li accettava.
Ciò accadeva perché il dollaro era ormai diventato, come già detto, la moneta di riserva globale e la sua domanda cresceva con l’espansione del commercio mondiale.
Proprio questa espansione del commercio mondiale e come effetto della conseguente sostenuta domanda di valuta statunitense, il dollaro era al riparo dall’inflazione.
𝟰. 𝗜𝗹 𝗱𝗶𝗹𝗲𝗺𝗺𝗮 𝗱𝗶 𝗧𝗿𝗶𝗳𝗳𝗶𝗻
È a questo punto che entra in gioco il cosiddetto “𝘋𝘪𝘭𝘦𝘮𝘮𝘢 𝘥𝘪 𝘛𝘳𝘪𝘧𝘧𝘪𝘯”: per soddisfare il bisogno globale di dollari, gli Stati Uniti dovevano necessariamente avere un disavanzo commerciale, ma più crescevano i dollari in circolazione nel mondo, più si incrinava la fiducia nella loro stabilità a lungo termine.
Un conflitto irrisolvibile tra esigenze globali e interessi nazionali.
Questo nuovo ordine, dunque, aveva una logica interna chiara: per gli Stati Uniti era più conveniente stampare dollari per acquistare beni all’estero piuttosto che investire nella produzione interna.
La consapevolezza di avere in mano il più potente strumento monetario mai immaginato non fu subito chiara a tutti.
Infatti, dal 1972 al 1975, la bilancia commerciale statunitense oscillò tra surplus e deficit.
Tuttavia, non ci volle molto per far comprendere a tutti gli statunitensi – governo, imprese e cittadini – l’enorme privilegio ottenuto e fu così che, dal 1976, lo strumento fu usato “𝙘𝙤𝙢𝙚 𝙣𝙤𝙣 𝙘𝙞 𝙛𝙤𝙨𝙨𝙚 𝙪𝙣 𝙙𝙤𝙢𝙖𝙣𝙞” e la bilancia commerciale statunitense si stabilizzò cronicamente sul passivo.
Comprare all’estero era economicamente più vantaggioso che produrre in patria.
L’economia americana si trasformò lentamente da manifatturiera a consumeristica, con una progressiva e tendenziale delocalizzazione della produzione.
Tuttavia, come ogni grande potere, se non usato con responsabilità, presto o tardi implica un prezzo da pagare.
Washington guadagnava influenza geopolitica finanziando il deficit con la propria moneta.
Il suo Debito Pubblico divenne presto il più grande al mondo.
Tuttavia non destava preoccupazione, stante i super-poteri della Federal Reserve, anzi era oggetto di battute umoristiche spensierate.
Durante un dibattito televisivo, in occasione delle presidenziali statunitensi del 1980, fu chiesto all’allora candidato repubblicano Ronald Regan se fosse preoccupato dell’enorme debito pubblico che si era accumulato e lui rispose con la famosa battuta “𝗜𝘁’𝘀 𝗯𝗶𝗴 𝗲𝗻𝗼𝘂𝗴𝗵 𝘁𝗼 𝘁𝗮𝗸𝗲 𝗰𝗮𝗿𝗲 𝗼𝗳 𝗶𝘁𝘀𝗲𝗹𝗳” (“È 𝘵𝘢𝘭𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘨𝘳𝘢𝘯𝘥𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘶ò 𝘣𝘢𝘥𝘢𝘳𝘦 𝘢 𝘴é 𝘴𝘵𝘦𝘴𝘴𝘰”), conquistandosi definitivamente la simpatia degli elettori, ma dando nello stesso tempo la misura di quanta considerazione aveva la questione presso la politica di alto livello di quel paese.
Quindi, perseguendo senza risparmio politiche di espansione monetaria (𝙦𝙪𝙖𝙣𝙩𝙞𝙩𝙖𝙩𝙞𝙫𝙚 𝙚𝙖𝙨𝙞𝙣𝙜), milioni di posti di lavoro industriali lasciavano silenziosamente il paese a stelle e strisce.
Era più conveniente stampare biglietti verdi per comprare prodotti dall’altro capo del mondo, che investire in fabbriche che producessero quei beni in patria.
𝟱. 𝗜𝗹 𝗱𝗲𝗳𝗶𝗰𝗶𝘁 𝗲𝘀𝗰𝗹𝘂𝘀𝗶𝘃𝗼 𝗲𝗱 𝗲𝘁𝗲𝗿𝗻𝗼
Come detto, la bilancia commerciale statunitense entrò in deficit permanente dal 1976.
Tuttavia, a differenza di qualsiasi altra nazione, ciò non ha mai provocato una crisi valutaria o il crollo delle riserve, perché gli Stati Uniti non devono “guadagnarsi” i dollari con l’export: sono loro a stamparli.
Gli altri Paesi, no. Devono guadagnarsi i dollari per acquistare tutte le materie di cui necessitano, in particolare le materie prime come petrolio, gas, grano e minerali, vendute e prezzate in dollari sui mercati internazionali.
Come possono questi altri paesi che non hanno il privilegio statunitense, nel lungo periodo, accaparrarsi quei dollari?
Devono mantenere la bilancia commerciale in positivo.
Tutti tranne gli Stati Uniti, che invece trovano conveniente averla in passivo.
Sono l’eccezione sistemica.
Tutto ciò spiega perché la bilancia commerciale degli Stati Uniti sia strutturalmente in deficit, discolpa le altre nazioni e smaschera il bluff di Trump, che accusa il mondo di un’inesistente complotto ai danni di Washington e che vorrebbe rimediarvi con i dazi.
In realtà, sono proprio gli Stati Uniti ad aver scelto consapevolmente una bilancia commerciale cronicamente in passivo.
Ecco perché le proposte di Trump, che punta il dito contro le esportazioni europee o asiatiche e minaccia dazi, sono fuorvianti.
Il disavanzo commerciale americano non è un’ingiustizia subita, ma il prezzo sistemico di un vantaggio deliberatamente scelto e perseguito.
Un vantaggio che ha fatto degli Stati Uniti il centro del sistema finanziario globale, ma che ha anche contribuito allo smantellamento di intere aree industriali nel Midwest e nel Sud, alimentando il rancore di quella 𝙬𝙤𝙧𝙠𝙞𝙣𝙜 𝙘𝙡𝙖𝙨𝙨, che oggi Trump mobilita elettoralmente.
Il deficit commerciale statunitense, dunque, non è il frutto di un’Europa “furba” o di una Cina “infingarda”, ma della scelta americana di governare l’economia mondiale azionando eccessivamente la leva della propria moneta.
Le conseguenze sono drammaticamente visibili nelle fabbriche chiuse della 𝙍𝙪𝙨𝙩 𝘽𝙚𝙡𝙩, nella delocalizzazione subita dal Sud nei settori del tessile, del legname e dell’agroalimentare.
𝟲. 𝗣𝗲𝗿𝗰𝗵é 𝗹𝗮 “𝗱𝗶𝗴𝗶𝘁𝗮𝗹 𝗲𝗰𝗼𝗻𝗼𝗺𝘆” 𝗵𝗮 𝗮𝘃𝘂𝘁𝗼 𝘂𝗻 𝗱𝗲𝘀𝘁𝗶𝗻𝗼 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗿𝘀𝗼 𝗱𝗮𝗹 𝗺𝗮𝗻𝗶𝗳𝗮𝘁𝘁𝘂𝗿𝗶𝗲𝗿𝗼
L’esplosione degli ultimi vent’anni della 𝘿𝙞𝙜𝙞𝙩𝙖𝙡 𝙀𝙘𝙤𝙣𝙤𝙢𝙮, insediatasi prevalentemente sulle sue coste oceaniche, ha creato molte opportunità e lavoro, ma nello stesso tempo ha reso gli Stati Uniti un paese estremamente polarizzato tra le aree interne impoverite dalla deindustrializzazione e quelle costiere che guidano la sfida del digitale.
A differenza di quanto accaduto per il manifatturiero, gli americani non hanno comprato con i loro dollari “𝙛𝙖𝙘𝙞𝙡𝙞” i servizi digitali all’estero perché le piattaforme digitali non si delocalizzano in quanto sono protette da brevetti, infrastrutture cloud, algoritmi proprietari e soprattutto perché la Cina ha blindato il proprio internet con un sistema di censura e sorveglianza chiamato “𝙂𝙧𝙚𝙖𝙩 𝙁𝙞𝙧𝙚𝙬𝙖𝙡𝙡”, mentre l’Unione Europea ha un ecosistema così iper-regolato da risultare incompatibile con la “𝙙𝙚𝙧𝙚𝙜𝙪𝙡𝙖𝙩𝙞𝙤𝙣” di cui hanno bisogno le Big-Tech.
Trump, infatti, si preoccupa di tenere il settore della 𝘿𝙞𝙜𝙞𝙩𝙖𝙡 𝙀𝙘𝙤𝙣𝙤𝙢𝙮 ben al riparo dalle sue politiche tariffarie.
𝟳. 𝗜 𝗱𝗮𝘇𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝗰𝘂𝗿𝗮𝗻𝗼 𝗹𝗲 𝗳𝗿𝗮𝘁𝘁𝘂𝗿𝗲
Ci sono oggi negli Stati Uniti due popoli che non si comprendono più, che vivono, pensano e votano in modo assai diverso.
Per coloro che risiedono nelle 𝙖𝙧𝙚𝙚 𝙞𝙣𝙩𝙚𝙧𝙣𝙚, dove la deindustrializzazione si è fatta pesantemente sentire, il sogno americano non esiste più, mentre per i lavoratori della 𝙎𝙞𝙡𝙞𝙘𝙤𝙣 𝙑𝙖𝙡𝙡𝙚𝙮 l’America è ancora la nazione delle opportunità.
“𝙃𝙞𝙡𝙡𝙗𝙞𝙡𝙡𝙮 𝙀𝙡𝙚𝙜𝙮: 𝘼 𝙈𝙚𝙢𝙤𝙞𝙧 𝙤𝙛 𝙖 𝙁𝙖𝙢𝙞𝙡𝙮 𝙖𝙣𝙙 𝘾𝙪𝙡𝙩𝙪𝙧𝙚 𝙞𝙣 𝘾𝙧𝙞𝙨𝙞𝙨”, il libro che ha consentito a 𝗝.𝗗. 𝗩𝗮𝗻𝗰𝗲 di conquistare la ribalta politica nazionale, poi un seggio al Senato e infine la Vice Presidenza, spiega benissimo il fenomeno.
È proprio da questa polarizzazione che nasce e si afferma il “𝙥𝙤𝙥𝙪𝙡𝙞𝙨𝙢𝙤 𝙞𝙣𝙙𝙪𝙨𝙩𝙧𝙞𝙖𝙡𝙚” trumpiano.
Non saranno 𝙞 𝙙𝙖𝙯𝙞 𝙙𝙞 𝙏𝙧𝙪𝙢𝙥 a sanare questi enormi problemi, non saranno i dazi a riportare i lavoratori del 𝙈𝙞𝙘𝙝𝙞𝙜𝙖𝙣 nelle loro fabbriche e gli agricoltori delle 𝙂𝙧𝙖𝙣𝙙𝙞 𝙋𝙞𝙖𝙣𝙪𝙧𝙚 nelle loro fattorie,
semplicemente perché lo strumento non è idoneo, come non lo è una benda su una frattura scomposta.
Sono stati gli stessi Stati Uniti a gettare quei dadi di cui oggi non apprezzano più l’esito.

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