SE L’AMERICA TRADISCE L’OCCIDENTE

da Alfredo
Il bullismo economico di Trump è vomitevole.
Io, che ho sempre guardato con ammirazione agli Stati Uniti, provo oggi un profondo senso di ripulsa.
Non oso nemmeno immaginare lo stato d’animo di chi, invece, li ha sempre considerati “amerikani”.
Una presa di posizione così netta necessita di una spiegazione robusta.
Tenterò di farlo.
𝗖𝗢𝗦’𝗘̀ 𝗟’𝗢𝗖𝗖𝗜𝗗𝗘𝗡𝗧𝗘?
La domanda è impegnativa.
La risposta non pretende di essere estremamente esaustiva; comunque tento una ragionevole approssimazione.
Come per orientarsi nel sistema dei venti occorre assumere il punto di vista di un navigante nel Mar Egeo, così, per definire l’Occidente, è necessario partire dal cuore storico e culturale del Vecchio Continente.
Se per Occidente geografico possiamo intendere l’insieme dei Paesi affacciati sull’Atlantico settentrionale, la sua accezione culturale rimanda a un complesso di valori, istituzioni e princìpi che, a partire dall’Europa, si sono irradiati nel mondo, trovando espressione compiuta soprattutto in Europa – tra le sue coste oceaniche e l’Elba – e in Nord America.
È indubbio il ruolo che la civiltà europea ha avuto nel forgiare l’identità culturale del mondo anglosassone.
È altrettanto vero che noi Europei, nel nostro processo di definizione dell’Occidente, abbiamo attinto ai fondamenti della civiltà greca, e in particolare al lascito di Atene, madre della democrazia.
La formulazione più nobile e alta dei valori occidentali la rintraccio nel celebre Discorso sulla democrazia di Pericle, così come lo riporta Tucidide nel Libro II della Guerra del Peloponneso.
Il discorso in parola, noto anche come Discorso funebre di Pericle, pronunciato durante la cerimonia pubblica in onore dei cittadini ateniesi morti combattendo, contrappone il modello ateniese – fatto da uomini liberi, giusti, razionali e creativi – a quello spartano, che appariva chiuso e autoritario.
La guerra del Peloponneso fu vinta dagli Spartani e dai loro alleati, e non vorrei che ciò fosse “presagio” di una sconfitta del nostro Occidente, di cui già si colgono molti segni di declino.
Tuttavia, il testo del Discorso è di straordinaria modernità e andrebbe riletto oggi con rinnovata attenzione, soprattutto in tempi di smarrimento e confusione valoriale.
L’Occidente, dunque, non è un accidente della storia, né può essere ridotto a caricatura ideologica o capro espiatorio delle distorsioni del mondo globale.
Se milioni di persone nel mondo scelgono ancora oggi di migrare verso i suoi confini, è perché vi intravedono una promessa di libertà, dignità e speranza.
L’identità occidentale si può definire per contrasto rispetto ai sistemi autoritari – prevalentemente orientali, ma non solo – e si fonda su una visione dell’uomo come essere libero, responsabile, portatore di diritti inalienabili.
A questo si coniuga, come conseguente portato, la libertà economica, principio cardine del mercato libero, che ha rappresentato – nei suoi esiti migliori – un formidabile strumento di creazione di benessere diffuso.
𝗜 𝗣𝗜𝗟𝗔𝗦𝗧𝗥𝗜 𝗗𝗘𝗟𝗟’𝗢𝗖𝗖𝗜𝗗𝗘𝗡𝗧𝗘
Sintetizzando, possiamo individuare quattro pilastri su cui si è fondata l’idea moderna di Occidente:
– Le libertà individuali, civili, politiche, religiose ed economiche;
– La tutela delle minoranze, come antidoto al potere assoluto della maggioranza;
– La democrazia rappresentativa, con regole e bilanciamenti;
– La fiducia nella scienza, nella ragione, nel progresso e dunque nel merito.
A questi elementi, l’Europa ha saputo aggiungere un’ulteriore conquista: il welfare state, una forma avanzata di giustizia sociale.
Vale la pena ricordare che il moderno welfare state è un’invenzione britannica.
Negli Stati Uniti, più inclini a un modello liberista, il welfare ha assunto forme più limitate, ma la tensione ideale verso l’uguaglianza delle opportunità ha comunque avuto un ruolo importante nella narrazione democratica americana.
𝗖𝗥𝗜𝗦𝗜 𝗗𝗘𝗟 𝗠𝗢𝗗𝗘𝗟𝗟𝗢
Oggi, tuttavia, i pilastri dell’Occidente sembrano incrinarsi, proprio laddove avevano trovato la loro massima espressione.
In particolare, parte della nuova leadership statunitense appare attratta da modelli autoritari e sovranisti che contraddicono lo spirito originario del patto occidentale.
Se viene meno anche solo uno degli elementi sopra elencati, non si può più parlare di Occidente nel senso pieno del termine.
Per questo, il Discorso di Pericle rimane oggi più che mai attuale: è un appello alla responsabilità, alla misura, al rispetto della libertà e della legge.
Un richiamo alla vocazione più alta dell’Occidente, che non è dominio ma civiltà, non è esclusione ma apertura, non è potere ma diritto.
𝗠𝗜 𝗖𝗢𝗡𝗖𝗘𝗡𝗧𝗥𝗢 𝗦𝗨𝗚𝗟𝗜 𝗔𝗦𝗣𝗘𝗧𝗧𝗜 𝗘𝗖𝗢𝗡𝗢𝗠𝗜𝗖𝗜
Rimando le considerazioni – altrettanto, se non più gravi – sui diritti civili e la crisi democratica americana, culminata nel tentato golpe del 6 gennaio 2021, vorrei concentrarmi sugli aspetti economici che stanno causando l’aggressione tariffaria di Trump alla Vecchia Europa.
𝗟’𝗢𝗦𝗦𝗘𝗦𝗦𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗣𝗘𝗥 𝗜𝗟 𝗗𝗘𝗙𝗜𝗖𝗜𝗧 𝗖𝗢𝗠𝗠𝗘𝗥𝗖𝗜𝗔𝗟𝗘
L’amministrazione di Donald Trump ha elevato il disavanzo commerciale degli Stati Uniti a feticcio ideologico, facendone il metro esclusivo con cui giudicare i rapporti economici internazionali.
In nome di questa visione distorta e semplicistica, egli ha finito per colpire non solo i tradizionali rivali strategici, ma anche – e soprattutto – i Paesi amici e gli storici alleati, senza distinzione alcuna, colpendoli con dazi e misure protezionistiche.
Tra questi vi è l’Europa, che per oltre ottant’anni ha rappresentato il partner più affidabile degli Stati Uniti.
Un’alleanza non priva di contraddizioni, costruita anche attraverso rinunce politiche e scelte di campo difficili, spesso sostenute in nome della coesione atlantica più che dell’interesse diretto dei popoli europei.
Tale equilibrio era reso possibile da un patto implicito quanto solido: da un lato, l’egemonia militare e l’influenza politica statunitense; dall’altro, una larga autonomia economica riconosciuta all’Europa, quale contropartita alla fedeltà strategica.
Oggi, Trump scardina questo patto con fredda determinazione, cercando di imporre anche in ambito economico quella subordinazione che l’Europa ha finora saputo evitare.
𝗟𝗔 𝗟𝗘𝗧𝗧𝗘𝗥𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟’𝗔𝗥𝗥𝗢𝗚𝗔𝗡𝗭𝗔
A dissipare ogni dubbio sulla direzione intrapresa, è giunta una lettera surreale inviata da Trump a Ursula von der Leyen.
Eccone alcuni passaggi:
> “…Nonostante abbiamo uno dei più vasti deficit commerciali con voi…”
“…Caricheremo una tariffa di solo il 30% su tutti i prodotti spediti…”
“…Se reagirete, aggiungeremo nuovi dazi…”
“…Dovrete consentire accesso completo e senza tariffe…”
Il tono è quello di un ultimatum vestito da cortesia: un ricatto commerciale incompatibile con un’alleanza tra democrazie sovrane.
Trump impone una “graziosa concessione” punitiva e si aspetta anche riconoscenza.
Non sarebbe azzardato dire che nemmeno un sequestratore della Barbagia degli anni ’70 avrebbe usato un linguaggio tanto aggressivo.
E la cosa più grave è che questa è una linea politica coerente, non un’uscita episodica: considera i partner non come alleati, ma subordinati.
𝗣𝗘𝗥𝗖𝗛É 𝗚𝗟𝗜 𝗦𝗧𝗔𝗧𝗜 𝗨𝗡𝗜𝗧𝗜 𝗦𝗢𝗡𝗢 𝗜𝗡 𝗗𝗘𝗙𝗜𝗖𝗜𝗧 𝗖𝗢𝗠𝗠𝗘𝗥𝗖𝗜𝗔𝗟𝗘 𝗗𝗔 𝗖𝗜𝗡𝗤𝗨𝗔𝗡𝗧’𝗔𝗡𝗡𝗜
Per capirlo, dobbiamo risalire al 1944, agli Accordi di Bretton Woods: le valute nazionali ancorate al dollaro, convertibile in oro.
Nel 1971, con il Nixon Shock, il dollaro divenne moneta fiduciaria, non più legata all’oro.
Da allora, gli USA hanno potuto finanziare i propri deficit stampando moneta, senza vincoli reali.
Il risultato? Bilancia commerciale negativa da 50 anni, senza perdita di fiducia nel dollaro.
Il deficit non è colpa dell’Europa, ma di scelte sistemiche americane: privilegio del dollaro, debito come leva geopolitica, globalizzazione gestita.
𝗗𝗔𝗭𝗜: 𝗠𝗘𝗡𝗢 𝗟𝗜𝗕𝗘𝗥𝗧À, 𝗣𝗜Ù 𝗖𝗢𝗦𝗧𝗜, 𝗤𝗨𝗔𝗟𝗜𝗧À 𝗜𝗡𝗙𝗘𝗥𝗜𝗢𝗥𝗘
I dazi non risolvono il problema, ma lo peggiorano.
Riducono la competitività, aumentano i costi, abbassano la qualità.
Trump tenta anche una delocalizzazione inversa: invita le aziende europee a trasferirsi negli USA per evitare i dazi.
Un ricatto, non una cooperazione.
Non va dimenticato che sono stati gli stessi USA a creare una catena globale del valore, dove ogni prodotto complesso è costruito in più Paesi.
Smantellare tutto questo significa tornare indietro.
𝗘 𝗟’𝗘𝗨𝗥𝗢𝗣𝗔?
L’Europa dipende ancora militarmente dagli Stati Uniti.
E questa dipendenza si trasforma in ricatti commerciali.
Una difesa comune europea è la condizione minima di dignità politica: senza autonomia strategica, non esiste libertà economica.
I dazi sono una tassa occulta sui cittadini europei.
Un trasferimento forzato di ricchezza, mascherato da patriottismo economico.
𝗥𝗘𝗦𝗜𝗦𝗧𝗘𝗥𝗘. 𝗔𝗧𝗧𝗘𝗡𝗗𝗘𝗥𝗘. 𝗥𝗜𝗖𝗢𝗦𝗧𝗥𝗨𝗜𝗥𝗘.
Il 2028 segnerà una nuova tornata elettorale negli Stati Uniti.
Qualora le regole costituzionali vengano rispettate, Trump non potrà ripresentarsi.
Il nostro compito è questo:
resistere con fermezza,
attendere con lucidità,
ricostruire con determinazione.
𝗣.𝗦. Una pausa strategica non è una resa
Nel frattempo, l’Unione Europea farebbe bene a investire per:
– una difesa comune credibile,
– l’autosufficienza energetica,
– il superamento del divario tecnologico rispetto a USA e Cina.
Non sarà tempo perduto, ma tempo speso per la libertà.
Solo un’Europa che sa difendersi, innovare, produrre energia e tecnologia potrà essere davvero sovrana nel mondo che ci attende.

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