37
Donald J. Trump ha scatenato una guerra commerciale globale, imponendo dazi pesantissimi a tutte le nazioni del mondo, con il concreto rischio di trascinare l’economia planetaria in una delle peggiori recessioni mai viste.
Il suo intento è quello di sciogliere le attuali catene del valore globali per ridisegnarle a esclusivo vantaggio degli Stati Uniti, a prescindere dal merito competitivo, dell’innovazione di processo e di prodotto.
Egli scommette che la forza economica e militare degli USA possa piegare tutto il mondo – in un solo colpo – attraverso strumenti fiscali ottocenteschi.
I mercati finanziari non l’hanno presa bene: Wall Street ha registrato forti ribassi.
Il Dow Jones – l’indice che riflette l’andamento di 30 delle principali aziende americane – ha perso oltre il 10% da quando i dazi sono stati imposti.
Stessa sorte per il Nasdaq-100, che raccoglie i giganti del tecnologia, crollato anch’esso di oltre il 10% tra il 2 aprile u.s. e oggi.
Nel frattempo, negli Stati Uniti i prezzi al consumo stanno salendo e la fiducia degli elettori nei confronti di Trump sta diminuendo come il valore del loro conto azionario.
Il tycoon, per rassicurare la sua opinione pubblica e incoraggiarla a “resistere”, ha dichiarato che “il mondo si sta per piegare” e che alla Casa Bianca ci sarebbe già la fila di nazioni asiatiche ed europee pronte a chinare la testa.
Ma si possono davvero prendere per buone le sue parole?
Secondo George Edwards, professore emerito di Scienze Politiche alla Texas A&M University, Trump è “il più grande mistificatore mai esistito”.
Il sito indipendente PolitiFact, dopo aver verificato oltre mille dichiarazioni di Trump fino al dicembre 2024, ha stabilito che circa il 76% erano da classificarsi come “Mostly False” (per lo più false), “False” (false) o addirittura “Pants on Fire” (assolutamente false).
Quello che è certo è che la Cina non è rimasta a guardare e ha risposto colpo su colpo, imponendo dazi simmetrici del 34% sui prodotti statunitensi.
Una reazione speculare all’iniziativa tariffaria di Washington.
E noi europei, cosa diavolo stiamo aspettando nel reagire ai dazi di Trump.con misure adeguate, quali dazi simmetrici e web tax?
L’Unione Europea è il più grande mercato interno al mondo. Non possiamo accettare di essere trattati come questuanti innanzi alla porta della Casa Bianca, come Trump vorrebbe far credere.
Dobbiamo renderci conto che gli Stati Uniti di Donald J. Trump non sono più la nazione che per decenni abbiamo ammirato.
Sono cambiati.
E prima ne prenderemo atto, meglio sarà per noi.
Naturalmente coltiviamo la speranza che l’America che abbiamo amato, un giorno, torni ed essere quella della “new frontier”, tuttavia per i prossimi 4 anni non potrà avvenire.
Per l’Europa questa potrebbe essere la sua prova di maturità.
Quella attuale è spesso definita, giornalisticamente, come una “guerra commerciale” e – purtroppo – le analogie con un conflitto armato non mancano.
Proprio per questo, l’effetto deterrenza dovrebbe giocare un ruolo decisivo per riportare a miti consigli l’attuale inquilino della Casa Bianca.
Ogni forma di arrendevolezza incoraggerà Trump ad affondare ulteriormente perché ormai conosciamo il suo modo di porsi e ragionare.
I fatti di Capitol Hill del 6 gennaio 2021 sono lì a farci da monito.
Un uomo che non ha fermato energicamente l’assalto al Congresso del suo Paese, come potrebbe portare maggiore rispetto a noi europei che siamo altra entità politica rispetto a lui e addirittura abitiamo in un altro continente?
Prima di procedere oltre, vorrei operare una distinzione tra dazi selettivi e dazi generalizzati.
Tutti i dazi hanno un impatto sulla bilancia commerciale, tuttavia quelli selettivi possono essere accettati nella misura in cui svolgano una funzione correttiva di storture nel mercato, ad esempio per contrastare pratiche di dumping, sovvenzioni statali distorsive, oppure per tutelare standard ambientali, sanitari o dei diritti dei lavoratori; i dazi generalizzati, invece, non correggono nulla in particolare, sono solo una misura protezionistica, si limitano a operare uno “shift” dei prezzi, cioè a spostare in alto i prezzi di tutte le importazioni, alterando la concorrenza e favorendo artificialmente i produttori nazionali, che potranno così permettersi di offrire prodotti di peggiore qualità a prezzi più alti.
I dazi generalizzati sono una politica che l’esperienza storica ci insegna essere deleteria perché modificano artificiosamente la bilancia commerciale – con l’illusione di avvantaggiarsi – al di là dei fattori propri della competizione.
Non producono valore, bensì lo distruggono.
Chi impone i dazi generalizzati per primo dovrebbe ragionevolmente aspettarsi delle ritorsioni.
Infatti, il Paese che lancia l’offensiva commerciale attraverso dazi generalizzati dovrebbe mettere in conto che le altre nazioni reagiranno con misure simmetriche.
Questo processo alimenterà inevitabilmente l’inflazione interna, annullando in breve tempo l’effetto dell’accumulo di maggiori entrate fiscali auspicato dal Paese che ha avviato i dazi.
Con l’inflazione in crescita, il potere d’acquisto delle famiglie si ridurrà e di conseguenza, calerà la domanda aggregata, si contrarrà l’offerta aggregata, le imprese produrranno di meno, l’occupazione diminuirà e la crescita economica rallenterà fino alla recessione.
Il rischio reale è quello di cadere nella stagflazione, una situazione in cui l’economia ristagna mentre i prezzi continuano a salire.
Questo è l’effetto concreto della scellerata iniziativa di Trump e le Borse, come accennato sopra, stanno già segnalando chiaramente questo pericolo.
Se noi europei non intervenissimo subito per contrastare i dazi unilaterali di Trump, rischieremo di subire un vero e proprio “effetto aspirazione” del nostro lavoro e dei nostri investimenti verso gli Stati Uniti.
Consentitemi un esempio teorico, semplice ma illuminante, per chiarire meglio il meccanismo.
In presenza di dazi imposti solo dagli Stati Uniti verso l’Europa, un’azienda europea che vendesse i propri prodotti sia in Europa sia in America potrebbe essere spinta a trasferire la produzione negli Stati Uniti per evitare quei dazi. Così facendo, però, si sposterebbero anche posti di lavoro e investimenti, con un danno diretto per l’economia europea.
Tuttavia, se l’Unione Europea rispondesse con dazi simmetrici, l’incentivo a delocalizzare verrebbe meno.
Ecco perché la Cina ha risposto in modo immediato e deciso ai dazi di Trump al fine di difendere la propria economia e la propria occupazione.
Le forze politiche italiane ed europee devono decidere se stare dalla parte degli interessi dei cittadini italiani ed europei oppure accettare il ruolo di questuanti di cui parla Trump.
